L’obsolescenza programmata è una strategia industriale che consiste nel progettare prodotti destinati a durare per un periodo limitato o a diventare rapidamente superati, incentivando così il consumatore ad acquistarne di nuovi.

Uno dei primi esempi storici risale al 1924, con il cartello FUEBUS, un accordo tra importanti produttori di lampadine. Le aziende stabilirono una durata standard di circa 1.000 ore, riducendo la vita utile delle lampadine e favorendone il ricambio. L’obiettivo era sostenere le vendite in un mercato in cui prodotti più resistenti avrebbero potuto ridurre la frequenza degli acquisti.

Nel corso del Novecento, questa logica si è diffusa in numerosi settori. Oggi smartphone, computer, elettrodomestici e altri dispositivi possono diventare obsoleti non solo per guasti, ma anche perché nuovi modelli offrono prestazioni migliori o perché il supporto software viene interrotto.

L’obsolescenza programmata alimenta quindi consumi e produzione, ma solleva importanti interrogativi ambientali. Prodotti sostituiti più rapidamente significano infatti più rifiuti, maggiore utilizzo di materie prime e un aumento dell’impatto ambientale. La sfida attuale è trovare un equilibrio tra innovazione, sviluppo economico e prodotti più durevoli e riparabili.

(Ph. IA)

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